Data: 31/03/2004 - Anno: 10 - Numero: 1 - Pagina: 29 - INDIETRO - INDICE - AVANTI
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AUTORE: Giovanni Dattolo (Altri articoli dell'autore)
(Continuando nella ricerca degli “informatori” di Gerhard Rohlfs, ci è stato segnalato il nome del Signor Giovanni Dattolo, di Rocca di Neto, al quale ci siamo rivolti per telefono e dal quale abbiamo avuto immediata la disponibilità di ascoltarci, nonché di ricordare e di scrivere per noi il puntuale e fresco ricordo che segue. Di tanto noi lo ringraziamo, anche a nome dei nostri lettori e di tutte le persone interessate a conoscere sempre meglio il grande glottologo tedesco.)
“CALABRESE QUANTU VUJ”
Fu sul finire degli anni Settanta o inizi anni Ottanta; non ricordo bene, ma sicuramente una mattina d’inverno poiché ho ancora nella mente i vecchietti con in manti addosso, che ebbi il piacere di conoscere il professore Rohlfs. Stavo svolgendo le mie funzioni di vigile urbano, lungo il corso principale del mio paese, Rocca di Neto, quando fui avvicinato da una coppia di forestieri. Il Signor Rohlfs, dopo essersi ed avermi presentato la figlia, mi chiese informazioni sul maestro Attilio Galli-Cristiani. Gli risposi che il maestro Gallo era deceduto da diversi anni e che vi erano dei discendenti, così lo feci incontrare con un pronipote, Signor Vincenzo Gallo, con il quale il professore ebbe un colloquio. Dopo ciò facemmo un giro per il centro storico del paese, al termine del quale, per dovere di ospitalità, li invitai al bar per una consumazione. Entrati nel bar e ordinata la consumazione ci avviammo poi verso la sala giochi richiamati dal vocio di alcuni vecchietti che giocavano a carte. Il Signor Rohlfs si avvicinò a loro ai quali lo presentai come tedesco amante della lingua calabrese. All’improvviso la sua attenzione fu attratta dalla vista che si scorgeva dalla vetrata del bar dalla quale si scorgevano due paesi. Fece cenno alla figlia di accostarsi e disse: “Chiru è San Nicola dell’Alto, chira zona è u Spineto, chiru è Casabona, chiru è u timpuni i San Franciscu, chiru u timpuni i Cucumazzu.” Indicando poi la zona sottostante la vetrata del bar proseguì dicendo: “Chistu è Sant’Anciulu, dopu c’è Carsidoro, i darriati c’è Rosanita e pu attaccatu a Rosanita ci sunu i serri i Pettinicchiu.” Sentendo tale conoscenza dei luoghi sia io che i vecchietti restammo sorpresi. A questo punto ci avviammo verso l’uscita e il Signor Rohlfs salutò i vecchietti con un “Arrivederci e stativi buani.” Sentendo questa espressione, uno dei vecchietti, il Signor Giovanni Marangolo, stupito dalla frase così dialettale esclamò: “Sintiti cà vuj un siti nu tedescu ma vuj siti nu calabrese cchjui di mia pì canusciri tutti sti cosi.” Di rimando, con un sorriso compiaciuto, lui rispose: “Iu sugnu nu tedescu però mi sento i dessiri calabrese quantu vuj.” Ci avviammo verso l’uscita, le nostre strade stavano per dividersi; il Signor Rohlfs salutandomi con una stretta di mano mi disse che avrebbero proseguito il viaggio verso la Sila soffermandosi a San Giovanni in Fiore. Al momento dell’incontro ignoravo la grandezza del personaggio Rohlfs così amante e studioso della lingua calabrese. |